
| L'organizzazione della squadra in una prova di endurance in frazioni. |
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L'organizzazione della
squadra in una prova di Endurance in frazioni.
Roberto (mail oscurata per privacy) pone il seguente
quesito: “Ad ogni 24 Ore io e la mia
squadra abbiamo sempre discussioni per i turni, soprattutto la notte; come fare
per cercare di mantenere unito il team senza litigare e, nello stesso tempo,
senza fare imposizioni e mantenere una buona armonia?”
Il quesito posto da Roberto è estremamente interessante.
In realtà, per parlare di "squadra" o “team” occorre fare riferimento ad
argomenti che sconfinano dalla mera pratica sportiva.
La squadra, infatti, è una particolare tipologia di gruppo
umano: alcuni la definirebbero anche come un "gruppo di lavoro", nel
senso che gli individui che ne fanno parte si sono riuniti in funzione di un
"lavoro" da compiere e d’un obiettivo da raggiungere. Insomma,
all'origine del loro mettersi insieme vi è un compito condiviso, per quanto
ludico, gioioso e vitalizzante possa essere (ovviamente le applicazioni
possibili di un “gruppo di lavoro” sono pressoché infinite, dall’applicazione
più seria e barbosa a quella più gioiosa).
Esistono branche specifiche della psicologia che si
occupano di gruppi e comunità: in particolare, si tratta della psicologia
delle organizzazioni che fornisce strumenti idonei per studiare le
"organizzazioni" - anche di tipo lavorativo - e la psicologia di
comunità che, invece, studia l'assetto di vita e le dinamiche delle
relazioni all’interno dei consessi umani, da quelli più piccoli alle comunità
più vaste sino alla società nel suo complesso.
Entrambe le discipline si occupano sia di micro-gruppi sia
di macro-gruppi, considerando che l'unità elementare del gruppo è costituita da
tre individui (due individui soli formano semplicemente una coppia, all'interno
della quale vigono regole diverse di rapporto).
La squadra o team nell’ambito sportivo è una particolare
tipologia di gruppo umano e per di più possiede i requisiti per potersi
considerare “gruppo di lavoro”.
Per fare riferimento ad uno sport completamente diverso,
nel canottaggio – ad esempio - possiamo avere equipaggi di due, quattro, otto persone:
quelli costituiti da due individui non possono considerarsi un gruppo, poiché i
due membri interagiscono come "coppia", mentre gli armi da quattro o
da otto sono costituiti da "gruppi" umani che richiedono specifiche
tecniche di gestione, come ben sanno i loro allenatori: l'approccio, pur nella
specificità tecnica sempre eguale, deve essere necessariamente diverso per
ciascun gruppo e tenere conto delle caratteristiche e della composizione del
gruppo. Rimanendo nell’ambito del canottaggio se possiamo avere la squadra di 4
o di 8 elementi, esistono anche gli equipaggi “con”, vale a dire “con
timoniere” che viene così a costituire il quinto o il nono elemento, con
funzioni – il più delle volte - di guida e di coordinamento dell’armo in
azione.
Dei gruppi, delle modalità del loro funzionamento o dei
loro disfunzionamenti, si potrebbe dire molto: interi trattati sono stati
scritti al riguardo.
Questi ve li risparmio…
Proprio per il fatto che un gruppo non si definisce
solo per la somma matematica degli individui
che lo compongono, ma possiede un "quid" diverso ed ineffabile
(dato da quell’insieme di qualità che trascendono i singoli componenti), nell’approccio
al gruppo e in tutte le decisioni che lo riguardano, occorre tener conto di
alcuni elementi base. Se da un gruppo di lavoro – com’è una squadra sportiva -
si vogliono ottenere buoni risultati, occorre esser consapevoli del fatto
che, inizialmente, il "buon" risultato sta nella coesione dei
componenti della squadra, nel loro senso di solidarietà e condivisione in vista
di un compito comune.
Se si tiene nel massimo conto il raggiungimento di questi
requisiti, il resto dei compiti - eminentemente pratici - si risolve praticamente da sé.
Quindi, per rispondere al quesito posto, se si vuole essere
squadra bisogna innanzitutto curare la coesione del gruppo.
Come?
Semplice (e difficile, al tempo stesso): non soltanto
allenandosi assieme, ma anche curando molto che ci siano momenti di
partecipazione e condivisione extra-sportivi, con incontri tra piccoli
gruppetti, occasionalmente una cena o una “pizziata” nel corso dei quali magari
discutere anche dei prossimi impegni sportivi e della stagione agonistica che
si apre. Tali momenti sono anche l’occasione per far crescere il cameratismo e
la condivisione di piccole cose anche (tenendo conto che “non di solo sport
si vive…”): insomma, si tratta di cose semplici, ma essenziali per
consolidare dei rapporti amicali. Laddove gli incontri fisici tra individui non siano possibili, perchè ciascuno vive lontano, un surrogato efficace (proprio dei nostri tempi moderni) potrebbe essere la costituzione d’un sito internet della squadra, dove ci sia spazio per cronache e commenti sulle gare fatte, per fissare una volta per tutte trionfi e sconfitte a futura memoria, scambi di impressioni sugli allenamenti appena compiuti, oppure un semplice forum di discussione pensato come spazio in cui confrontarsi dialetticamente, discutere, "cazzeggiare", scherzare, divertirsi, insomma.
Un sito web dove
collocare le proprie foto e dove poter vedere quelle degli amici. Per esempio,
molte società podistiche, oggi hanno un loro sito (la mia per esempio, con il
seguente indirizzo web: www.palermoh1330.it) che funziona proprio con questo
spirito: attraverso il sito internet (ed in particolare con il forum di
discussione) alcune decisioni "sportive" che riguardano la squadra si
pigliano molto più rapidamente.
Nella gestione di gruppo, i conflitti e i litigi non necessariamente rappresentano un disvalore. Se si è capaci di affrontarli dialetticamente, possono rappresentare un prezioso momento di crescita per tutti, potendo imprimere al gruppo stesso una spinta dinamica ed evolutiva e sollecitando la ricerca e la messa a punto di soluzioni più efficaci: con l’avvertenza che bisogna essere aperti all’errore e al fallimento, a condizione di essere poi disponibili ad esaminare criticamente i problemi, senza fare ricorso alla facile soluzione di trovare un capro espiatorio (“E’ colpa tua!”; “E’ colpa sua!”) e ad ammettere le proprie responsabilità in un’eventuale disfunzione.
Tuttavia, i problemi si verificano anche quando nella
società sportiva cui si appartiene s’è già consolidata una buona coesione
gruppale, ma ancora non s’è fatta l’esperienza del “team” (in cui si è tutti
assieme in una gara condivisa come è appunto una staffetta oppure una prova di Endurance
a Squadre): per esempio, tre anni fa, la mia società aveva dato la sua adesione
per la partecipazione alla prestigiosa e partecipatissima staffetta podistica
di 24 Ore (a San Giovanni Lupatoto (in provincia di Verona): c'erano state le
24 adesioni necessarie per perfezionare l'iscrizione (ed era stata pagata la
relativa quota). Penserete: “Allora era tutto a posto!”
Niente affatto! All'ultimo momento, molti si sono tirati
indietro, accampando scuse ("E' troppo lontano", "Ho degli
impegni improrogabili", etc., etc.). C'è da dire anche che si trattava
di una prima volta e non c'erano ancora, a far da elemento propulsore, le
gratificazioni di un'esperienza già compiuta con risultati positivi e
soddisfacenti.
La coesione della squadra si costruisce non solo prima (nei
momenti di intervallo tra una competizione e l’altra) ma, ovviamente, anche
durante le prove sportive, se tutti i componenti sentono che quello che si sta
svolgendo è un evento comune che interessa tutti. Se ciascuno fa la sua parte
e, subito dopo, se ne va (all’insegna dell’egoistico pensiero: “Il mio l’ho
fatto, che m’importa del resto?”) quello che ne vien fuori è soltanto un’accozzaglia di
prove individuali, in cui ciascuno è lì soltanto per compiere la sua impresa solitaria,
scollato dal resto, poco o niente interessato alle sorti della sua squadra.
Tornando alla 24 Ore podistica a Squadre, che conosco per
averla vista disputare più volte e anche per avervi partecipato, la cosa più
bella da osservare è quando tutti rimangono presenti sul posto, alcuni
impegnati nel turno di riposo, altri presenti sul campo a sostenere i propri
Frazionisti. A San Giovanni Lupatoto, poiché partecipano anche trenta Squadre, si crea un vero spettacolo per gli occhi che si traduce in un brivido di intense emozioni. A bordo campo, ogni squadra ha a disposizione uno spazio per allestire una sua tenda di appoggio attrezzata di brandine per il riposo, tavoli e sedie. In alcuni casi ci sono anche i cucinieri (sempre elementi della squadra designati a questo che magari non gareggiano per spirito di servizio). Molti stanno al margine dell’anello rosso (è una gara che si svolge in pista) ad incitare i propri compagni, a rilevare i passaggi, a porgere l’acqua da bere a chi ne faccia richiesta, e vivono così una vibrante esperienza collettiva di intensa partecipazione. Si respira molto forte ed intensa una bella atmosfera di coesione gruppale.
La maggior parte dei podisti in attesa del turno o che hanno già
corso se ne rimangono a bordo campo, di rado abbandonando il contesto:
rimangono là dove sono i propri compagni di squadra, perché è lì che c’è
bisogno di loro. Insomma, essere squadra, significa che la gara non si riduce
al momento della propria prova (o frazione): tutto è gara, dall’inizio alla
fine. Questa è una profonda differenza rispetto a chi fa il proprio turno di
lavoro e che timbra il cartellino in entrata, lavora le sue ore, timbra il
cartellino in uscita e se ne va a casa, lasciandosi il lavoro alle spalle e
punto. Se qualcuno interpreta l’essere parte d’una squadra in questi termini
restrittivi sbaglia profondamente e stravolge profondamente l’esperienza
dell’“essere team”. Se c'è coesione, molte cose (le conflittualità, le divergenze) si risolvono facilmente; ma non è scontato: alla qualità "coesione gruppale" deve aggiungersi un altro elemento fondamentale che è rappresentato dalla possibilità di individuare, all'interno di un gruppo, un soggetto che faccia da guida e da coordinatore.
Meglio sarebbe se questo
individuo possegga delle qualità "carismatiche" (capacità di essere
autorevole, senza autoritarismi e senza rigidità, innata capacità di comprendere
la psicologia e le emozioni degli altri, buona capacità di relazionarsi in modi
specifichi con ciascun rappresentante del gruppo). Poiché non è sempre facile
che ci sia un individuo con le doti naturali del leader, allora occorre che il
gruppo crei un "coordinatore", un individuo che, per mandato
conferito dal gruppo stesso (un mandato a tempo possibilmente che, di anno in
anno, possa essere ridistribuito) abbia la facoltà di prendere delle decisioni,
di fare proposte, di dare suggerimenti.
Nella scelta dei turni, la coesione e la presenza di una guida carismatica o di un coordinatore, facilitano oltremodo le cose: innanzitutto chi coordina la formazione della squadra deve conoscere le caratteristiche di ciascuno dei componenti della squadra (abitudini, situazione del contesto familiare, eventuali esigenze dichiarate per tempo), eventualmente premurandosi di raccogliere con un buon anticipo le preferenze di ciascuno. Per esempio, può anche capitare che ci sia qualcuno sempre più disponibile fare il turno in prossimità dell’ora di pranzo o di cena (non ha l’esigenza di schizzare a casa, perché la famiglia richiede la sua presenza) oppure che ci sia qualcuno che è più contento a fare la sua prestazione a tarda notte. Oppure, viceversa, all’interno del gruppo, ci sarà qualcuno che è sempre disponibile a fare da “tappabuchi”, sempre pronto a collocarsi in un turno che è rimasto sguarnito. Si tratta di piccole cose che bisogna sempre conoscere: le preferenze individuali rappresentano, a tutti gli effetti, una risorsa per la squadra nella sua interezza.
Un esempio: quando io lavoravo
in ospedale e facevo i turni di reperibilità, davo sempre una disponibilità
preventiva nel fare quei turni che cadevano in occasione delle feste comandate
– Natale, capodanno, pasqua e quant’altro - (di fatto, queste feste me le
facevo tutte, risolvendo così un problema agli altri; nel mio bilancio
psicologico personale, per contro, io mi sentivo più libero perché ero sempre
io a scegliere e non subivo mai una decisione altrui e nello stesso tempo in
quasi tutte le domeniche restanti potevo essere libero di partecipare alle mie
gare podistiche).
Un’altra ottima strategia per realizzare i turni, potrebbe
essere quella di chiedere a ciascuno le sue preferenze di orario, raccomandandogli
di fornire anche una seconda ed una terza scelta. Per mia esperienza – anche
professionale – sapere che verrà messa nel conto una possibile alternativa,
allevia il peso della decisione finale, quando ad esempio si dirà: “Per
questa volta, il tuo turno sarà quello che hai indicato come terza scelta, la
prossima volta cercheremo di farti contento”.
Quanto più ci si conosce e si conoscono le dinamiche del proprio
gruppo, tanto meglio si risolvono questi piccoli problemi: l’importante –
ritorno a dire - è che si faccia molto
per costruire la coesione della squadra, facendo in modo che una squadra sia
una “Squadra” e non piuttosto una semplice accozzaglia di individui che entrano
a farne parte superficialmente, senza fondersi in essa e senza imparare anche a
sacrificarsi un po’ per una ragione di ordine superiore.
Già, il far parte di una squadra deve anche implicare
qualità come disponibilità, altruismo, abnegazione e tante altre cose: far
parte di una squadra, se si accetta il significato più pieno della parola,
significa frequentare una palestra mentale (ed emozionale) che ci aiuta ad
esser migliori.
Ma questo potrebbe essere oggetto di altre considerazioni.
Si potrebbero dire ancora tante cose, ma non voglio
dilungarmi. Già così, ritengo di essere stato troppo lungo.
Penso che i tanti spunti forniti in questo articolo
potrebbero essere approfonditi e svicerati partendo da quesiti ed esempi concreti. Quindi il mio invito è di procedere in questo modo: 1) ponendo delle domande che entrano più nel merito di singoli problemi 2) ancora meglio, partendo da casi concreti che si sono veramente verificati.
Dott. Maurizio Crispi
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