
| L'importanza dell'approccio mentale nelle endurance |
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Un interessantissimo e imperdibile testo sull'approccio mentale nelle gare di durata; la psicologia durante la pratica stessa delle prove Endurance, spiegato e raccontato da testimonianze dirette e riflessioni utili
Qualche osservazione sull'approccio mentale alle gare di
Endurance: i fallimenti sono importanti tanto quanto le imprese riuscite
(Maurizio Crispi)
Il 18 maggio 2008, Giorgio Garello uno dei migliori
ultramaratoneti italiani ha chiuso la Nove colli running (202 KM) in 22h 51'
01", classificandosi secondo.
La Nove colle running è nata sulla
scia dell'omonima e famosa gara ciclistica per idea del romagnolo Mario
Castagnoli che, avendo la forte ambizione di correre la Spartathlon (248 km da
Atene a Sparta, con porte cronometriche piuttosto selettive), si è
letteralmente "inventato" questa gara podistica per acquisire i
titoli indispensabili per accedere alla famosa ultramaratona greca (quali? Un
tempo personale sotto le 11 ore in una 100 km; oppure, aver già partecipato ad
una Spartathlon; oppure, infine, aver portato a termine una gara podistica di
analoghe difficoltà - per intenderci, sopra i 200 km). Ed ecco che Mario
Castagnoli prendendo spunto dalla preesistente gara ciclistica s'è inventato la
gara di "analoghe difficoltà".
I podisti che partecipano alla Nove
colli running partono in concomitanza con la gara ciclistica: il loro procedere
è ovviamente più lento. E, solitamente, quando ancora gli ultimi di loro devono
arrivare (30 ore è il tempo massimo regolamentare per la gara podistica)
già tutti i ciclisti hanno concluso la gara.
La Nove colli, essendo - com'è -
una gara d'Endurance di grande impegno fisico e mentale, richiede una lunga
preparazione - una vera e propria marcia di avvvicinamento che prevede anche
ripetuti tentativi e qualche fallimento.
Sono molti i podisti che partono da
Cesenatico e pochi quelli che tagliano il traguardo finale nei pressi del Porto
canale (quest'anno, per esempio la proporzione è stata di 75/25, di cui alcuni
fuori tempo massimo).
Per arrivare alla fine di una
simile gara occorrono grandi qualità tra le quali: capacità di soffrire,
capacità di resistere ed evadere dall'hic et nunc, capacità di sognare e di
perseguire la propria visione, capacità di desiderare fortemente qualcosa e
nello stesso quella di mettere da parte il proprio desiderio per concentrarsi
su ciò che sta all'interno del nostro ambito percettivo, senza andare troppo al
di là. Ci si muove in una condizione di equilibrio estremamente delicato: come
se si stesse procedendo su di un crinale, nel quale un solo passo falso può
determinare, senza mezzi termini, il fallimento. Mai, dunque manifestare un
eccesso di sicurezza, ma nello stesso tempo coltivare quel pizzico di
temerarietà necessaria.
L'enormità dell'impresa che si sta
compiendo potrebbe diventare all'improvviso non digeribile mentalmente e
produrre un rifiuto "psicosomatico".
Tante volte è il corpo a ribellarsi
alla fatica che noi gli imponiamo, ma non perché il corpo (muscoli, tendini,
ligamenti) si sia logorato e ne siano state spese tutte le energie: a cedere
per prima è, solitamente, la mente. Tale cedimento spesso avviene di colpo,
talvolta preceduto da sintomi insidiosi (che spesso assumono la morfologia di
un'ideazione sottilmente depressiva: pensieri tristi, preoccupazioni e rovelli
vari su cui cominciano ad arrotolarsi i pensieri in loop senza fine): ed anche
quando quando questo tipo di "crollo" lo si è già sperimentato
qualche volta, è ben difficile riconoscerne i segni premonitori. Quando ciò si
verifica, crollano la volizione, le motivazioni, la capacità di tollerare e
minimizzare i fastidi: e, all'improvviso, la capacità di resistenza si
sgretola.
Della diga possente che pensavamo
di aver costruito dentro di noi per sostenere una fatica spossante, in un
attimo rimangono soltanto macerie.
A meno che non accadano incidenti
specifici (una caduta, una distorsione, uno strappo muscolare), in genere
qualsiasi altra cosa è gestibile se è la nostra mente a volerlo. E non è
soltanto un problema di volizione: non funziona quasi mai così, occorre tener
conto delle emozioni, dei sentimenti, delle sensazioni,in altri termini della
"pancia", per così dire).
La Nove colli running è proprio un
osso duro: una gara per pochi "intimi", se raffrontata alla ben più
popolare 100 km del Passatore (con i suoi 1300-1400 partenti di cui un migliaio
arrivano al traguardo finale. Qui, dei tanti che tentano l'impresa, solo pochi
raggiungono il traguardo finale (quest'anno la proporzione è stata di 3 a 1).
Per Giorgio Garello arrivare al
traguardo finale della Nove colli running è stato una grandissima conquista e
come tutte le conquiste è stata centellinata, distillata da un lungo Percorso
d'avvicinamento, fatto di ondulazioni capricciose, mancati appuntamenti,
improvvisi allontanamenti del traguardo prefissato, inspiegabili infortuni (che
forse erano il segnale psicosomatico che Giorgio inviava a se stesso come a
dire "Non sei ancora pronto").
In tutte le cose fortemente
desiderate ciò che conta è il Percorso che si compie dal momento in cui avviene
la prima prefigurazione di un'impresa che si vorrebbe compiere a quando
l'impresa è compiuta.
Ciò che conta è il
"viaggio", dunque: la meta agognata è lì in vista, poi -
all'improvviso - si fa evanescente e scompare come una chimera di pulviscolo
sottile che perde consistenza, uno scherzo di Morgana. Poi, torna a farsi
vedere e ad ammiccare: e, di nuovo, s'attiva il desiderio e, di nuovo, ci
adoperiamo per raggiungere ciò che desideriamo. Avere una meta importante
davanti a sé è come intraprendere una danza di corteggiamento, fatta di seduzione,
di attese, di disperanti voltafaccia e, poi, di piccoli passi in avanti, che
avvengono in maniera inattesa.
Bisogna avere tempra e
determinazione nel volere raggiungere mete importanti, ma occorre anche portare
dentro di sé un pizzico di visionarietà e la capacità di uscire fuori
dall'ordinario, ma il risultato desiderato non lo si ottiene soltanto per le
alchimie d'una fredda volizione, decisa a tavolino, ma bisogna metterci anche
il cuore ed i sentimenti, bisogna tenere nel debito conto i fallimenti sia
perché rappresentano un tesoro prezioso di esperienza, sia perché essi stessi
fanno parte del "viaggio" e dell'avventura.
Bisogna abbandonarsi all'esperienza
del viaggio, cercando di realizzare una condizione felice della mente in cui -
come ha detto un grande conoscitore della psiche umana (W. R. Bion) - occorre
in certo senso (e paradossalmente) sospendere memoria e desiderio (entro certi
limiti, ovviamente: la metafora è evocativa per rappresentare uno stato
"felice").
La lezione è che, se si desidera
con "troppa" forza, l'oggetto del desiderare si fa evanescente (il
troppo desiderio logora e fa perdere energie, toglie naturalezza ad ogni cosa
intrapresa e, ovviamente, anche al gesto atletico), come pure, se ci attiene
troppo rigidamente alla propria struttura mentale e ad un proprio Io rigido e
poco elastico, si attenua la possibilità di vivere quei momenti felici di
abbandono e ricettività che danno fluidità alle nostra azioni (alla nostra
progressione), rendendole lieve, quasi senza tempo.
Questo vale anche nella pratica
sportiva estrema e negli sport di Endurance: l'obiettivo finale deve essere
guardato in un certo qual modo con la propria vista "periferica" e
mai essere posto al centro dell'attenzione, perché diventa soltanto un ingombro
ed un fardello in più.
Come molti sanno , quando si
raggiunge uno dei traguardi importanti della vita, all'improvviso ci si può
sentire come svuotati e preda e d'una forte angoscia depressiva perché il
giocattolo con cui ci si era trastullato per tanto tempo ci è stato portato via
("Cosa faccio adesso?", è l'interrogativo che ci si pone al
compimento di qualcosa e che fa da controcanto alla gioia per il compimento.
Il vuoto di desiderio può essere
intrigante, ma noi siamo fatti per desiderare e, soprattutto, per percepire uno
scarto tra ciò che desideriamo e ciò che abbiamo o che possiamo raggiungere):
in un certo senso, parlando in termini un po' metafisici, il traguardo è più
intrigante quando lo sentiamo irraggiungibile e fuori dalla nostra portata. In
ogni caso, ogni traguardo della vita - compresi quelli sportivi - rappresenta
sempre una transizione da uno stato dell'essere ad un altro.
Se un traguardo lo si vive così, lo
si preserva dal diventare improvvisamente insignificante e depotenziato.
Sì, in un certo senso il traguardo
è una "soglia" che - come tale - possiede delle potenzialità
trasformative. Com'è noto, gli antichi Romani, attribuivano un significato
particolare alle porte, in quanto esse rievocavano la "transizione",
quella speciale condizione dell'essere in cui due mondi, due realtà separate
(anche psichiche) sono in contatto una con l'altra, in cui il passato ed il
futuro si congiungono nel presente (l'atto di attraversare la porta) e in cui
ad entrambi si può guardare, semplicemente volgendo gli occhi da uno all'altro.
Era tale l'importanza che
essi davano alle soglie, che ad un dio ne attribuivano la custodia: si trattava
di Giano bifronte, raffigurato con una doppia faccia. Spesso, le porte erano
adornate con il volto doppio del dio e, del resto, l'etimologia stessa del
termine latino per porta - ianua - vi si connette.
Se, mentre si raggiunge il
traguardo agognato, si recupera il senso del viaggio Percorso, non si perderà
il valore della conquista; semmai, si otterrà la possibilità di rivalutare
l'intero Percorso compiuto, facendolo diventare pienezza di emozioni , di
sensazioni e ricordi.
E' anche questo il senso della
frase di papa Giovanni Paolo II che Giorgio - assieme ai ringraziamenti - ha
messo in calce al suo commento-cronaca. nel quale compie esattamente questa
operazione (di recupero e valorizzazione dei ricordi, delle emozioni, della
sensazioni) e ce la fa vedere vividamente mentre accadono.
Gli ultimi 10 metri dei 202 km da
lui percorsi alla Nove colli running contengono inscritto tutto il viaggio e
tutta l'avventura, da lui sperimentata da quando aveva cominciato a contemplare
la possibilità di affrontare questa ultramaratona così estrema, dai primi
tentativi sino alla conquista del traguardo di Cesenatico in questa edizione.
Nel lunghissimo tempo soggettivo
necessario per correre gli ultimi 10 metri di gara, Giorgio ci offre un'intensa
carrellata in playback su tutto il Percorso da lui fatto, inseguendo con
determinazione e con passione la sua visione.
Ecco quello che ha scritto il mio
amico Giorgio, quando doveva compiere gli ultimi passi:
10 metri al traguardo!
Mi fermo!
Si ... mi sono proprio fermato.
Mario Castagnoli mi guarda, mi incita,
mi dice di percorrere ancora quei 10 metri.
Si... alzo lentamente un piede e lo sposto in
avanti, lentamente.
Sposto il peso del mio corpo lungo i 26 cm del
mio piede, lentamente.
Poi appoggio il tallone per terra e faccio
rullare il piede, lentamente.
Nel mentre inizio ad alzare la gamba che e'
rimasta indietro, lentamente.
Il passo non è più lungo di 70 cm, lentamente.
Sento la forza della terra che risale lungo le
mie gambe.
Sento l'energia spesa che ritorna,
Sento il mio fiato felice, lentamente.
Sento il mio cuore battere, lentamente.
Sento le vene e le arterie gonfiarsi e
pulsare, lentamente.
Guardo la gente e chiudo gli occhi.
Questi devono essere i 10 metri più lunghi e
lenti della mia vita.
Ho scelto di essere lì in quel momento,
in ogni istante di questa corsa.
Ho il dovere di essere presente e fissare per
sempre queste piccole cose, lentamente.
I passi per percorrere quei 10 metri sono la
mia storia,
sono la storia di Michela che mi ha
accompagnato,
che ha accettato le mie fatiche come se
fossero le sue.
In quei 10 metri c'è tutta la mia Nove colli.
In quei 10 metri c'è la consapevolezza di non
aver mai avuto un cedimento durante quelle ore di corsa.
In quei 10 metri c'è la gioia di aver
preparato la mente a sopportare qualunque cosa avrebbe potuto accadere.
In quei 10 metri c'è la certezza di essere una
persona felice e fortunata.
In quei 10 metri c'è la forza di volontà che
ha fatto sembrare tutto così facile.
In quei 10 metri c'è quello che avevo scritto
nel febbraio del 2006...
Leggo e rileggo le parole di Giorgio e non posso fare a meno
di emozionarmi, e quasi avverto l'effetto "pelle d'oca" sulle
braccia: anche se non ho mai compiuto un'impresa simile alla sua, so cosa
significa arrivare alla fine di una 100 km; so cosa significa arrivare a
percorrere gli ultimi metri e vedere il traguardo che si staglia davanti a te;
so cosa significa desiderare di inginocchiarsi a terra e baciare la terra,
subito al di là del traguardo, dopo quegli ultimi fatidici passi.
Ma so anche che questa che avverto è un'emozione che si
ripresenterà identica tutte le volte che tenterò di nuovo un'impresa
simile.
E la gioia non è solo il momento in cui si taglia il
traguardo, la gioia si avverte per tutto quello che c'è stato prima, nel bene e
nel male, con le conquiste e con i fallimenti, con le certezze e con i dubbi,
con l'aver sperimentato la cocente delusione dei "ritiri" anzitempo,
quando non c'è stata armonia nella nostra unità psicosomatica ed è avvenuto il "crollo"
che ha portato all'abbandono.
Spero che queste considerazioni - scaturite dalle mie
riflessioni (ed emozioni) dopo aver letto la testimonianza del
grande Giorgio Garello - potranno essere d'aiuto nel capire qualcosa di
più in ciò che accade nella nostra testa quando affrontiamo una gara di
Endurance (e che sia podistica o di bici, non importa), sia quando la
affrontiamo senza poter arrivare sino alla fine, sia quando conquistiamo un
qualsiasi altro traguardo della vita per noi importante.
In ambedue le circostanze (successo o fallimento) si è
trattato di una nostra impresa di vita, di un'esperienza preziosa e non c'è mai
conquista, se prima non c'è stato anche un fallimento o non ci sarà dopo.
Qualsiasi conquista - sempre - va a braccetto con il fallimento:
i fallimenti rimarranno sempre come esperienza di vita preziose e vitalizzanti.
Se qualcuno è interessato a leggere per intero la
testimonianza di Giorgio Garello, la può trovare in www.podisti.net, nella sezione
"ultramaratone"
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