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Capire perchè manca a volte la motivazione Print E-mail

Non mi va più di correre!
Cosa succede?
Cerchiamo di capirlo assieme.
 
Ai podisti di lunga distanza, ai maratoneti che corrono tante maratone può accadere ad un certo punto della propria carriera podistica di precipitare in un periodo di stanca.
 
Non si ha più voglia di correre. Se lo si fa, ci si accorge che le gambe non girano a dovere e che, in ogni caso, per quanto ci si alleni, non c'è alcun rendimento nel lavoro fatto. La propria forma di corsa non migliora affatto, anzi al contrario  si va deteriorando sempre di più. L'uscita giornaliera non è più piacevole. Alzarsi presto diventa una fatica, etc etc.
 

A volte i "disturbi" si presentano in maniera più insidiosa: con uno stato d'animo triste, con la mancanza di guizzi di vitalità, a volte con insonnia o, comunque, con un sonno disturbato.

La corsa non ci procura quell'immediato senso di benessere che, di norma, ci regala.
Analogamente, pianificare qualsiasi cosa abbia attinenza con la corsa diventa un peso fastidioso e, a volte, insopportabile.
 
Perché accade ciò? E proprio con la cosa che più ci piace? Con la cosa che, per nostra scelta, ci ha regalato vitalità e tanti momenti di bella e che, per alcuni, è diventata una ragione di vita?
 
Si tratta di una sindrome organica?
Oppure di apatia?
O si tratta d'un rifiuto che si è installato in noi insidiosamente e non sappiamo nemmeno perché?
Oppure è l'incipit d'una forma psicopatologica più grave che non sapevamo di avere e che assume rapidamente un carattere invalidante per la nostra pallicazione nel nostro hobby preferito, ma anche nella vita relazionale e sociale?
 
Certo è il fatto che siamo colpiti proprio nell'esercizio di una cosa che abbiamo cominciato a fare per passione e perchè ci dona quotidianamente vitalità, benessere, progetti di vita.
 
Insomma, i motivi sono tanti e complessi e, a poco a poco vorremmo esaminarli tutti in modo analitico. Ma non in modo accademico: sarebbe un modo di procedere assolutamente barboso e poco consono alla maggior parte dei runners che sono abituati al valore positivo del "fare", dell'agire".
 
Vorremmo partire dai Racconti degli stessi runners in merito a questi strani sintomi per poi sviscerare le ragioni e i motivi di ciò che accade, fornendo laddove occorre anche un'analisi clinica, di tipo psicologico, ovviamente.
 
Nell'avviare questa discussione che - speriamo - potrà avvalersi del contributo prezioso di tanti ultrarunner, conviene fare alcune precisazioni sulle parole chiave che vengono utilizzate per introdurre il dibattito. Ciò pare quanto mai opportuno dal momento che si tratta di due termini che vengono usati nel linguaggio comune, ma che fanno parte anche del gergo psichiatrico e psicologico.
 
Quindi, penso che possa fare un inquadramento iniziale, dei termini di cui ci avvarremo.
Si tratta innanzitutto dei termini "apatia" e rifiuto".
 
L'apatia è un comportamento o uno stato d'animo nel quale non si provano sentimenti di nessun tipo.
 
Condizione caratterizzata da una diminuzione o dall'assenza di qualsiasi reazione emotiva di fronte a situazioni, eventi della vita di tutti i giorni.
 
Si esprime sotto forma di indifferenza, di inerzia fisica oppure di mancanza di reazione di fronte a situazioni che normalmente dovrebbero suscitare interesse o emozione, di una riduzione dei comportamenti finalizzati, di una assenza di spirito di iniziativa, di una sottomissione nelle scelte quotidiane.
 
Il soggetto apatico limita la produzione di pensieri legati ad obiettivi, al punto da trascurare persino se stesso, oltre a mostrare gravi segni di distacco verso l'ambiente che lo circonda, e provare indifferenza e ritrosia nei confronti di eventuali nuove esperienze.
 
Ma non è detto, poiché dipende molto dalle caratteristiche caratteriali del soggetto.
L'incapacità di manifestare emozioni si ripercuote, nel soggetto apatico, nella ridotta espressività vocale, facciale e gestuale oltre ad una alterazione dell'attività sessuale e dell'attività nutrizionale.
 
Nel caso in cui il soggetto apatico stia sviluppando una forma depressiva, ai sintomi sopra elencati vanno aggiunti un rallentamento psicomotorio, un pessimismo globale includente una assenza di speranza e una ridotta autostima.
L'apatia può non essere distinguibile in un soggetto, soprattutto se egli possiede una notevole capacità d'interazione con le altre persone.
 
Oppure può presentarsi a livello costituzionale (il soggetto è fiacco per temperamento), far parte di una condizione medica (es. insufficienza tiroidea, morbo di Parkinson, demenze) o psicologica psichiatrica (depressione, schizofrenia) o per abuso di sostanze stupefacenti (cocaina, anfetamine, marijuana, hashish).
 
L'apatia necessita di cure solo se è presente insieme a patologie (come il morbo di Alzheimer) ed in tal caso viene curata solo la patologia, oppure se debilita il soggetto in modo tale da togliergli eccessivamente le forze fisiche o mentali. Se un soggetto eutimico necessita di cure, cosa rara, la terapia utilizzata può prevedere l'uso di farmaci antidepressivi, oltre ad una psicoterapia cognitiva o comportamentista di supporto.
 
L'apatia dunque è un "fenomeno", in alcuni casi un vero e proprio "sintomo" della sfera dei sentimenti. Ce lo dice anche la sua etimologia: a-pathos, dove la "a" è l'alfa privativa (chi ha studiato il greco potrà comprendere più facilmente), mentre "pathos" sta per "sentimento", "passione".
 
"Rifiuto" è una parola di gestione più semplice e meno complessa nei suoi rimandi.
Guardando la definizione in un qualsiasi dizionario della lingua italiana, apprendiamo che "rifiuto", sostantivo maschile, è
1 Azione e risultato del rifiutare: dare, opporre un r.; attendersi, ricevere un r.;rispondere con un secco r.
‖ Rinuncia: r. di un impiego; r. del potere
‖ Rifiuto d'obbedienza, nelle norme di disciplina, il rifiutarsi di obbedire a un superiore;
‖ SPORT: rifiuto del cavallo, nell'ippica, atto con cui l'animale si arresta di fronte a un ostacolo non obbedendo agli ordini del cavaliere
[ometto il secondo lemma della definizione che non alcuna attinenza con il nostro discorso].
 
Accezioni peraltro interessanti ai fini del nostro discorso come la seconda, in cui il "rifiuto di obbedienza" nel nostro discorso potrebbe essere nei confronti di un super-io troppo rigido che ci istiga in una strada di allenamenti esasperati, o la terza per la sua evocatività è altrettanto bene applicabile al nostro discorso, se prendiamo a prestito l'immagine suggestiva che l'Io del runner sia il cavallo e il cavaliere il suo Super-Io.
Ma avremo occasione di sviluppare in seguito queste immagini.

Poi, potrebbe essere utile aggiungere altri tre concetti che possono servire ad arricchire i nostri ragionamenti e a fornire ulteriori stimoli.
 
Essi sono, entrando nel campo più specifico delle definizioni cliniche, i seguenti:
1) La sindrome da affaticamento cronico o Chronic Fatigue Syndrome che è "uno stato di debolezza generale, stanchezza non solo fisica ma anche mentale, fatica nello svolgere le normali attività giornaliere.. chi non ha provato un simile malessere più di una volta?" 
E avremo modo di sviluppare meglio questo discorso, applicandolo alla nostra attività fisica preferita.

2) una particolare forma di "burn out" applicato con una certà libertà, ma con assoluta verosimiglianza, allo sport e in particolar modo al nostro sport.

3) infine, ma solo per spiegare i casi più estremi in cui la corsa è divenuta l'unico panorama di vita (e casi di questo tipo possono capitare anche se, a volte, l'autoriconoscimento di simili stati e la conseguenza autocritica possono risultare difficili e laboriosi, si può tirare in ballo il concetto di  "sportaholism" come potrebbe definirsi un rapporto distorto ed eccessivo con l'attività sportiva che si è scelta, a somiglianza di quanto accade con il “workaholism”, come è stata definita in America la "dipendenza" (in senso generico ed in senso clinico) dal lavoro, rifacendosi al termine inglese “alcoholism” con cui si designa la dipendenza da alcool.
 
Si tratta di fenomeni moderni e tuttavia descrivibili, come spesso è stato fatto con altre tendenze della vita mentale, attraverso un’immagine mitologica.
 
Riprendendo una leggenda dell’antica Grecia, in questo caso si possono definire queste forme di dipendenza "spurie" e non farmacologiche come forme diverse di una sisifopatia”, termine che nasce dalla storia di Sisifo, re di Corinto, che pagò la sua grande avidità per la ricchezza, venendo condannato da Giove, per una delle sue malefatte, a riportare eternamente un enorme pietra in cima ad una montagna, dalla quale puntualmente il macigno ricadeva giù.
 
Come altre delle cosiddette “nuove dipendenze”, come ad esempio lo shopping compulsivo o la teledipendenza, anche la sport-dipendenza e la lavoro-dipendenza rappresentano l’esaltazione all'estremo di un’attività quotidiana diffusa di tipo "performativo". Esse, più precisamente, si configurano come dipendenze “senza uso di droghe” e sono paradossalmente legate ad attività lecite, condivise e ormai estremamente apprezzate a livello sociale.
 
Una caratteristica estremamente singolare della dipendenza dallo sport e dal lavoro è che esse si instaurano a partire da ricompense primarie (nel caso dello sport tale ricompensa primaria è evidente nel fatto che esso, inizialmente, è per definizione un’attività di leisure) e da ricompense secondarie, ossia dal piacere indiretto prodotto dall’azione, sia essa di tipo sportivo, sia essa lavorativa. protratta e ripetuta, un fattore che permette di comprendere come mai si riesca a diventare dipendenti da un’attività che raramente produce anche qualchericompensa primaria o diretta (nel caso del lavoro) oppure che impegna a volte in maniera "estrema" a scapito di altre attività quotidiane.
 
Il lavoro, infatti, non rappresenta un oggetto di appagamento immediato, ma rappresenta un’attività che richiede l’esecuzione di uno sforzo per ottenere una gratificazione economica o di qualunque un altro tipo. Lo sport invece richiede applicazione, dedizione, sofferenza, in vista di uno scopo che ci si è dati ("No pain, no gain", si usa dire). Questo consente due considerazioni. Innanzitutto, non tutti gli sport-dipendendi e i lavoro-dipendenti sono masochisti, dal momento che questo modo di manifestare tendenze auto-punitive sembra piuttosto raro.
 
Quindi, ricapitolando, lo sport offre:
a)   ricompense primarie: molte
b)   ricompense secondarie, più “pesanti” man mano che l’attività sportiva si va facendo più intensa e cadenzata.
 
Viceversa il lavoro garantisce:
a)   ricompense primarie: meno evidenti, ma certe soprattutto quando il lavoro è di tipo intellettuale o creativo e soprattutto auto-regolato (cioè, non dipendente);
b)   ricompense secondarie: infinitamente più elevate.
 
C’è un punto in cui il lavoro e lo sport tendono a convergere e ciò accade, quando lo sport assomiglia sempre di più ad un’attività lavorativa, per cui si perdono per strada tutte quelle ricompense primarie, derivanti dal fatto che esso fosse l’alternativa gratificante ed autoregolata al lavoro fonte di frustrazioni.
 
La seconda implicazione della caratteristica principale dello “sportaholism” come del “workaholism” è che queste forme di dipendenza sono possibili soltanto nelle persone in cui si è sviluppato il cosiddetto “processo secondario”, ossia la capacità di rinunciare ad un piacere attuale in prospettiva di una ricompensa futura, un aspetto che porta a dedurre, negli sport-dipendenti come nei lavoro-dipendenti, la presenza di un buon grado di "maturità psicologica” rispetto alla gestione dei bisogni e delle mete,un aspetto che spesso manca o è carente in altri tipi di dipendenze.
 
Nello sport e in maniera meno evidente nel lavoro, vi è una porzione di piacere diretto e immediato, che rappresenta un fattore che consolida l’atteggiamento di completa dedizione alla disciplina sportiva che si è scelta oppure al lavoro; esso è frequentemente rappresentato dalla “passione” per l’attività stessa, per un settore o per una disciplina, come accade a certi sportivi o professionisti che spendono interamente il loro tempo libero in attività legate alla propria disciplina sportiva o alla propria professione, con la partecipazione a gare e /o allenamenti nel caso dei primi e letture e aggiornamenti, nel caso dei secondi.
 
Ma è soprattutto – ad essere in opera - un piacere indiretto che può trasformare anche un’attività che non è necessariamente gratificante (e in alcuni casi, quando i carichi di lavoro per tabelle di allenamento si fanno onerose, anche l'attività sportiva - in origine ludica e del tutto piacevole - diventa pesante e fonte di sofferenza)  in un’abitudine stabile e alla quale può risultare difficile rinunciare: un abitudine che, se diventa sempre più divorante del proprio tempo, può avere effetti, sia sulla vita di chi la perpetua che di chi gli sta intorno.

Appassionatamente
24hpassion

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